DDL Gelmini

Clicca qui per leggere la scheda tecnica approfondita sulla riforma.

Nel frattempo, ecco cosa ne pensiamo noi.

Peggio della 133. L’università pubblica italiana ha pochi mesi di vita, se non blocchiamo subito l’attacco del governo.

Cosa caratterizza le università private? Tasse alte e gestione in mano ai privati. Bene: i tagli della 133 produrranno aumenti delle tasse agli studenti, e la nuova riforma mette la gestione dell’università in mano ai privati. Non serve più trasformarle in fondazioni: se la legge passa, tra meno di un anno tutte le università italiane saranno, di fatto, private.

Da un incontro tra il Ministro Gelmini e il Ministro Tremonti sta per essere concepita la riforma dell’università. Si tratta di un attacco su più fronti ben più grave e articolato della L.133/08 che ha tagliato 1,5 miliardi di euro al sistema universitario e rendeva possibile la trasformazione degli Atenei in fondazioni private.

In un contesto nel quale le università sono in ginocchio e rischiano il dissesto economico a causa dei tagli, il Governo sta per approvare il disegno di legge di riforma dell’università. Dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri, tale provvedimento dovrà passare dal Parlamento. Dall’approvazione del ddl, il Governo avrà una delega a modificare liberamente la legislazione in materia di diritto allo studio e le università avranno 9 mesi di tempo per adeguarsi ai gravissimi provvedimenti contenuti nel testo di legge.

I punti fondamentali della riforma sono:

  • 40% di privati nel CDA: i consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del Senato accademico e saranno composti dal Rettore, da un solo rappresentante degli studenti e da massimo altri nove componenti. Il 40 % del CDA dovrà essere composto da esterni. Il CDA non deciderà più “solo” per quanto riguarda il bilancio e le risorse dell’ateneo, ma anche in merito a scelte didattiche come l’apertura o la chiusura di singoli corsi di laurea. L’intera gestione dell’ateneo, insomma, sarà in mano a rettore, ai privati e ai loro personalissimi interessi. Altro che sapere libero, altro che didattica di qualità: pochi privati amici del rettore avranno voce in capitolo su tutto. Chi sarà nominato? Ci troveremo la D’Addario in CDA? Il prossimo bilancio sarà firmato da qualche velina di Canale 5, oppure da imprenditori amici come quelli a cui è stata regalata l’Alitalia?
  • 9 mesi di tempo per adeguarsi. Mentre la 133 si limitava a rendere possibile la trasformazione delle università in fondazioni, la riforma Gelmini obbliga gli atenei ad adeguarsi. A partire dall’approvazione definitiva della legge le rappresentanze studentesche decadranno entro 6 mesi e le Università avranno 9 mesi di tempo per recepire nel proprio statuto i provvedimenti della Gelmini, con una procedura accelerata che impedirà ogni discussione.
  • Chiusura delle facoltà: ai dipartimenti, che oggi si occupano di ricerca, viene affidata anche tutta la didattica. Potranno rimanere alcune facoltà come strutture di coordinamento, ma tutti i poteri saranno affidati ai dipartimenti, creando potenzialmente il caos generale. Dato che le entrate dall’università dipendono dalle tasse degli studenti, cioè dalla didattica, chi mai farà ricerca?
  • Attacco alla rappresentanza studentesca: oltre a decadere le attuali rappresentanze studentesche, nei nuovi organi di rappresentanza ci sarà solo uno studente, ciò vorrà dire assenza di pluralismo tra gli studenti e blocco di ogni possibile dialettica con il movimento. Più studenti negli organi voleva dire più voci rappresentate, e più possibilità per gli studenti di veder difesi i propri diritti. La Gelmini vuole fare piazza pulita di chi disturba il manovratore, e chiudere ogni decisione in stanze segrete e inaccessibili.
  • Spacchettamento degli atenei, che potranno federarsi con altri atenei o con enti (non si specifica se pubblici o privati). Il governo la spaccia come una soluzione al problema degli “atenei sotto casa” proliferati in molti centri minori dell’Italia e che rappresentano spesso uno spreco insostenibile. Ma è solo facciata, pura propaganda. In realtà la legge non indica alcun criterio didattico o scientifico per gli accorpamenti. La cosa più probabile è che i dipartimenti più appetibili per i privati si fondano in pseduo-politecnici completamente asserviti alle aziende, mentre il resto degli atenei sia lasciato senza fondi e lentamente strangolato. Invece di tagliare gli sprechi, si tenta di imporre una guerra tra poveri tra ricerca pura e applicata. La prima andrebbe fatta morire di fame con i tagli, la seconda messa in schiavitù con i finanziamenti privati. Respingiamo la trappola. Ricerca libera, tutta, e didattica di qualità, per tutti.
  • Delega al Governo a trasformare radicalmente, senza passare dal Parlamento, il sistema nazionale di diritto allo studio, modificando le fasce di reddito degli aventi diritto, rafforzando il ruolo dei privati negli appalti delle case dello studente e implementando il prestito d’onore, che trasformerebbe generazioni di studenti in un esercito di indebitati cronici.
    Tagli alle borse di studio, agli alloggi, alle mense: questo dobbiamo aspettarci dai futuri decreti Gelmini sul diritto allo studio, che il ministro potrà imporre senza alcun dibattito.
  • Precarizzazione totale della ricerca all’interno dell’università, con le nuove norme sul reclutamento. Anche qui, tanto fumo: dietro alle chiacchiere sui meccanismi di selezione si nasconde la subordinazione della ricerca, che dovrebbe essere libera, alle logiche della precarietà e del mercato.

Data la situazione economica delle università italiane sono stati realizzati, sono in corso o si prevedono ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte e privati negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall’approvazione della riforma tutte le università statali diventeranno di fatto private.

9 mesi di tempo, a partire dall’approvazione, e le nostre università diventeranno private, si tratta di un “parto” da impedire ad ogni costo, l’unica precauzione possibile è un movimento studentesco forte e continuativo, che blocchi facoltà e città.

Un paese come l’Italia di oggi, fortemente in declino sia dal punto di vista economico sia da quello civile e culturale, ha assoluto bisogno di conoscenza. La ricerca, la formazione, il sapere libero sono le uniche risorse di cui disponiamo e su cui possiamo costruire una speranza per il futuro. Crediamo davvero di poter uscire dalla crisi senza l’università pubblica?

Abolire l’università pubblica, come di fatto propone il governo, significa sostanzialmente rassegnarsi in maniera definitiva al declino del nostro paese e alla sconfitta della nostra generazione. Berlusconi, Gelmini e Tremonti ci chiedono di arrenderci, dare per persa la nostra battaglia per il futuro e mettere in liquidazione ciò che resta dell’Italia, lasciando che i loro amici si spartiscano il bottino tra le macerie.

No, grazie. Siamo arrivati al momento decisivo. Si tratta del più grande attacco mai subito dall’università italiana nella sua storia, vogliono chiudere per sempre il capitolo della didattica di qualità per tutti e della ricerca libera da condizionamenti economici ed ideologici.

O ci mobilitiamo adesso, o il prossimo ottobre non ci sarà più nessuna università da difendere.

Diamoci una svegliata. Il futuro ha bisogno di sapere libero, noi siamo qui per questo. Loro sono la crisi, noi la soluzione. Se la riforma sarà approvata, in 9 mesi sarà partorito il mostro della privatizzazione.

Impediamo il concepimento, l’unica precauzione in questo caso siamo noi. Protesta anticoncezionale!

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